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Autore: Hiram

Reggio

Reggio Emilia è un comune capoluogo dell’omonima provincia. La città  può fregiarsi dell’appellativo di Città del Tricolore, in quanto la bandiera d’Italia, su ispirazione dei vessilli della Repubblica Cispadana, nacque e fu esposta per la prima volta in questa città, nella settecentesca sala del tricolore del Municipio il 7 gennaio 1797.

In epoca preistorica l’area è abitata da popolazioni di etnia celto-ligure. A partire del VI secolo a.C. si stabiliscono nel territorio numerose colonie etrusche, attestate con certezza da svariati ritrovamenti archeologici

Con la conquista romana della Gallia Cisalpina e la sottomissione della tribù celtica militarmente dominante, i Galli Boi, il comando passa definitivamente ai romani, che vi impiantarono un presidio militare a difesa della via Emilia. La provincia romana della Gallia Cisalpina diventa ben presto una delle aree più floride dell’impero, e Reggio evolve al rango di città.

Con la caduta dell’Impero Romano d’Occidente la città venne quasi spopolata. Dopo la conquista longobarda nel VI secolo  la città fu capitale del Ducato di Reggio, poi nell’Alto Medioevo divenuta sede vescovile divenne libero comune, ma restò soggetta a feroci lotte intestine, che la portarono alla trasformazione in signoria sotto gli Este e in seguito a Ducato.

Piacenza

Piacenza è un comune capoluogo dell’omonima provincia.

Popolato sin dall’antichità da popolazioni di stirpe ligure, il territorio corrispondente all’odierna Piacenza ad un certo punto venne conquistato prima dagli Etruschi, poi dai Celti ed infine dai Romani, che vi fondarono la colonia di Placentia nel 218 A.C.. Svolse l’importante ruolo strategico di avamposto militare contro le armate di Annibale, che muoveva dalla Spagna per giungere in Italia.  La città resistette agli attacchi punici e fiorì come centro commerciale sulla via Emilia.

La cristianizzazione della città avvenne anche per opera di martiri come Sant’Antonino, centurione piacentino ucciso durante il regno dell’imperatore Diocleziano che divenne, poi, patrono della città e a cui venne dedicata la prima cattedrale piacentina, costruita tra il 350 e il 375 d. C. Nel 476 d.C. nelle vicinanze della città si tenne la battaglia tra mercenari germanici e le ultime truppe romane che portò alla deposizione dell’ultimo imperatore romano d’occidente, Romolo Augusto, ad opera del re degli Eruli Odoacre.

Divenuta sede di un ducato longobardo, quindi conquistata dai Franchi, la città acquistò maggiore importanza intorno all’anno mille, trovandosi lungo il percorso della via Francigena. Dal 1126 fu libero comune comune e nel 1167 fu tra le città che costituirono la Lega Lombarda nell’ambito degli scontri con il Barbarossa, il quale fu sconfitto dall’alleanza tra i comuni nel 1176 a Legnano. Nel 1183, presso la basilica di Sant’Antonino, vennero firmati i preliminari della pace di Costanza tra i delegati della Lega Lombarda e i delegati imperiali. Dopo due secoli di lotte tra le famiglie nobili di opposta fede guelfa e ghibellina, a partire dal 1335 la città fu assoggettata alla signoria della famiglia Visconti. In seguito rimase, con l’eccezione di brevi periodi, sotto il dominio milanese fino al 1521 quando passò sotto il controllo dello Stato della Chiesa.

Nel 1545 fu eretta a ducato ad opera del papa insieme alla vicina Parma, divenendo, inizialmente, la capitale del Ducato di Parma e Piacenza governato dalla famiglia Farnese.

Parma

Parma è comune capoluogo dell’omonima provincia. Il toponimo deriverebbe dallo scudo rotondo utilizzato dall’esercito romano. Secondo altri  avrebbe invece un’origine più antica, derivata dai gentilizi etruschi i Parmnie, al femminile Parmni, dall’antroponimo Parme.

Tracce di insediamenti risalgono sia al Neolitico, sia all’età del Bronzo, ma secondo Tito Livio Parma sarebbe stata fondata dagli Etruschi. Successivamente, verso il IV secolo A.C.., la regione venne occupata dai Celti Boi.  Nel 183 A.C., Parma divenne una colonia romana.

In tempi successivi, la crisi dell’Impero Romano causerà anche a Parma la perdita di una certa stabilità e floridezza economica finché   nel 377  l’imperatore Graziano concesse di stabilirsi nella zona ad una tribù di barbari, i Taifali. Seguirono periodi di alternanza tra benessere e decadenza: ai saccheggi di Attila si contrappose, dopo il 502, la rinascita ad opera di Teodorico; dopo le drammatiche  guerre gotiche ci fu  il rifiorire durante il breve periodo bizantino tra il 539 ed il 568.

Con l’arrivo dei Longobardi  nel 593 Parma divenne per la prima volta un centro militare e amministrativo, la capitale di un ducato in cui risiedeva una delle figlie del re Agilulfo. I Franchi succedettero ai duchi longobardi e nell’ 879 Carlomanno accordò al vescovo Guibodo il potere temporale sulla città. Ai saccheggi provocati nel IX secolo dalle invasioni dei Magiari, seguì un periodo di pace e crescita demografica. In questa fase Parma continuò ad essere governata da una lunga serie di conti-vescovi fino al XII secolo, quando la città divenne un libero comune, amministrato da un podestà  e da un capitano del popolo. Nel 1160 Federico Barbarossa  sottomise i parmigiani obbligandoli a dichiarare fedeltà all’Impero, ma l’autorità imperiale verrà sconfitta nella battaglia di Legnano del 1176 dalle città riunite nella Lega Lombarda. Nel 1183 la Pace di Costanza ristabilì l’autonomia cittadina.

Nella lunga contesa tra guelfi e ghibellini, che dominò la vita politica italiana dal XII al XIV secolo, Parma si schierò dapprima con i ghibellini, favorevoli all’Imperatore, e successivamente con i guelfi. Seguì un periodo di dominazione straniera: Parma fu sottoposta al dominio milanese dei Visconti, a cui  succederanno gli Sforza, ma anche le dominazioni francesi.

Celle

La più remota testimonianza  appare in un diploma dell’Imperatore Enrico II “Il Santo”, col quale questi nel 1014 conferma la donazione che alcuni signori del Piemonte, della Lombardia e della liguria avevano fatto al sorgente monastero di S. Benigno in Fruttuaria: “in loco et fundo Cellae” – erano alcune terre donate dai marchesi Aleramici prima del 1014 al predetto monastero.

Alcuni storici accolsero la traduzione che Varazze Celle ed Albisola fossero situate dei primordi del medioevo entro terra. E’ sembrato che il nome stesso di Celle convalidasse questa idea e si è detto che ove sorge l’attuale centro storico non esistessero nei tempi remoti se non che alcune casupole ad uso di depositi (cellae) dove gli abitanti del vero paese posto più addentro ponevano gli attrezzi marinareschi.

La vita di Celle ebbe in tutto il medioevo vicende comuni ai paesi limitrofi di Varazze ed Albisola, fin quando l’antica Marca Aleramica, nella quale queste terre erano comprese, per via di ripetute successive ripartizioni tra i discendenti del Capostipite, andò frammentandosi in vari dominii.

La famiglia di Ugo, pronipote di Aleramo I fu quella che ricevette in dominio la parte orientale e meridionale dell’antico stato, nella quale era situata la regione posta fra l’Appennino e il mare a levante di Savona. I documenti del secolo XII ricordano nei discendenti di Ugo, i consignori di Celle e tra questi il particolare predominio dei Marchesi di Ponzone che durò su Celle quasi due secoli, contrastato sovente da Genova e da Savona.

Da essi passò ai Malocelli e quindi nei D’Oria, famiglie consolari Genovesi, strette con i Ponzone da vincoli di parentela. 

La signoria dei Malocelli risale a sua volta all’inizio del XIII secolo. E’ affermata con la comproprietà in questo Comune di Guglielmo che fu Console di Genova nel 1207 e degli eredi di lui, cioè, i suoi figli: Giacomo, che fu ammiraglio di Genova nel 1241, Enrico e Lanfranco, i quali in Genova occuparono importanti uffici pubblici.

La signoria dei D’Oria nel Comune di Celle si inizia col ramo di Oberto Capitano del popolo di Genova, il vincitore della Meloria, signore di Loano e di Dolceacqua, e prosegue per quasi tutto il secolo XIV con i discendenti dello stesso.

Alle signorie dei Ponzone, del Malocelli e dei D’Oria, segue il dominio di Genova, intesa ad aumentare con l’annessione di feudi e di territori ligustici, la sua forza e la sua potenza. Già nel 1290 Giacomo e Bonifacio Malocelli avevano venduto per lire 3.250 al Comune di Genova la loro signoria in Varazze, Celle ed Albisola.

Caraglio (Auriate)

I Liguri, i Celti e i Romani sono le popolazioni che conquistarono questi territori.

Scarsamente abitate da tribù di liguri, furono invase – circa 2500 anni fa con successive ondate migratorie da una popolazione che già occupava l’Europa centrale. Attirati dalla fertile pianura padana, denominati Galli dai Romani, ii Celti, allevatori di bestiame, abilissimi artigiani e forti guerrieri, in Italia si scontrarono con gli Etruschi, poi con i Romani, che riuscirono  dopo aspre guerre, condotte da Cesare e da Augusto, a sottomettere i Galli e ad imporre la loro forma di governo ed i loro usi e costumi.

Nella piana ove ora è la frazione di S. Lorenzo, sorse un agglomerato romano di una certa consistenza.

L’antico centro abitato durò molti anni, sopravvisse al crollo dell’impero romano e alle invasioni barbariche, e fu dominato da Longobardi  e da Franchi. 

Nell’ordinamento feudale disposto da Carlo Magno queste terre appartennero alla contea d’Auriate.

Negli ultimi anni del I millennio però l’agglomerato altomedievale che aveva avuto origine romana perse progressivamente importanza e finì per essere quasi totalmente abbandonato.

La decadenza fu attribuita a incursioni saracene: i predoni arabi, che si sarebbero insediati a Fraxinetum (Saint Tropez), avrebbero poi valicato le Alpi e compiuto scorrerie in Piemonte.

Il primo documento sicuramente autentico che cita Caraglio è del 1018 e parla di donazioni di poderi effettuate da alcuni nobili.
Tra i più antichi signori vi fu Alberto di Sarmatorio che ottenne la conferma dei suoi diritti dai Marchesi di Torino che avevano sul luogo l’alta signoria, che  poi passò al Marchese del Vasto, signore del Monferrato, ed in seguito al marchese di Saluzzo, con interferenze varie dei vescovi di Torino e di Asti.

Castel di Lucio

CASTEL DI LUCIO, in provincia di Messina.

Popolato nel periodo normanno da famiglie provenienti dall’Italia continentale e dalla Francia meridionale, l’originario nome era “Castelluzzo” dal piccolo castello che si trovava sulla rocca.

Fu soggetto prima a Enrico II Ventimiglia, nella seconda metà del XIII secolo come membro della Contea di Geraci, poi al nipote e successore Francesco I Ventimiglia, almeno dal 1311, data in cui doveva avere la consistenza di un villaggio attorno alla fortezza.

Nel 1267 non risulta citato nel censimento della Chiesa di Cefalù riportato in un diploma di Papa Alessandro III, il che ci fa supporre che se ci fosse stata preesistenza doveva trattarsi solamente di un incastellamento o fortificazione di epoca saracena. L’attuale presenza locale del dialetto gallo-italico potrebbe fare supporre una colonizzazione ligure e una fondazione o rifondazione da parte dei liguri Ventimiglia.

Il nome di Castelluzzo si legge la prima volta nel 1271 quando Carlo I d’Angiò lo assegnò (castello o casale?) a Giovanni di Montfort e successivamente nel 1283, in occasione del fodro imposto da Pietro di Aragona al suo arrivo in Sicilia a seguito del Vespro. Castelluzzo contribuì con sei arcieri all’esercito regio. Assunse notevole importanza sotto il dominio dei Ventimiglia per la sua posizione strategica di controllo della vallata del fiume Tusa, essendo collegato visivamente con la torre di Migaido e questa a sua volta con Pettineo.

Dal 1480 al 1634 furono molti i Signori di Castelluccio: Matteo Speciale, Nicola Siracusa, i Lercano, gli Ansalone, i Timpanaro, i Cannizzaro e ultimi gli Agraz. Francesco Agraz nel 1726 fu nominato, con diploma di Carlo IV di Sicilia, primo Duca di Castelluzzo, chiudendo così l’epoca baronale.

Prosegue il viaggio “alla scoperta della Rus di Kiev”

Dopo Istanbul, Kiev, la capitale dell’Ucraina  ai confini tra l’Europa orientale e la Russia europea.

Nell’ambito del progetto “Le Vie Aleramiche” – un progetto nel progetto – nato con la collaborazione di Anna Placa del club per l’UNESCO di Piazza Armerina, del quale anche Fabrizio Di Salvo, promotore del progetto, è socio onorario, era necessario seguire la traccia lasciata dagli Aleramici in tutta Europa, perché “Le Vie Aleramiche” coinvolgono dinastie, persone, popoli e si intrecciano con fatti storici di portata internazionale.
Fabrizio Di salvo e Anna Placa a Piazza Armerina, durante la presentazione del Progetto “Le Vie Aleramiche, Normanno-Sveve”.

Da tempo Fabrizio Di Salvo, del Circolo Culturale marchesi del Monferrato, promotore e fondatore insieme al compianto Roberto Maestri, del progetto “Aleramici in Sicilia” e regista del documentario “Le Vie Aleramiche, Normanno Sveve”, supportato dai prestigiosi pareri del Comitato Scientifico e dalle sue intuizioni, è consapevole che la Sicilia del X, XI e XII secolo sia stata teatro di un intricato intreccio di popoli: dagli Aleramici agli Altavilla e ai Normanni, per arrivare fino agli Svevi; da qui le visite in Normandia e nella Svevia, in Germania, alla ricerca delle loro origini. Tuttavia, altri popoli erano in Sicilia in quei secoli: i Bizantini, come ha dimostrato la tappa ad Istanbul, e la Guardia Variaga presente sia a Costantinopoli che in Sicilia, un esercito selezionato dell’Europa dell’est, la Rus’ di Kiev: un legame che ha spinto Fabrizio Di Salvo ad andare in visita anche a Kiev per scoprire di più su questo esercito e su questa terra. 

Rjurik, Capo variago che conquistò il controllo di Velikij Novgorod intorno all’862, e il capostipite della dinastia rjurikide. Rappresentazione di Hermanus Willem Koekkoek.

Nel 988 il collegamento tra la Rus’ e l’impero bizantino diventa ufficiale, in quanto Basilio II chiede un ingente numero di uomini, i soldati variaghi, a Vladimir di Kiev: la sua Rus è il primo stato slavo-orientale organizzato, con un territorio che comprendeva numerose nazioni odierne quali l’Ucraina, la Russia occidentale, la Bielorussia, la Polonia, la Lituania, la Lettonia e l’ Estonia.
L’Imperatore bizantino, formalmente Basileus dei Romei Basilio II e Nikolitza reppresentati nel manoscritto di Giovanni Scilitze.

Lo stato – lo si apprende dalle fonti – nasce da alcune tribù vichinghe svedesi, conosciute come Rus’, che si stabiliscono, verso la fine del IX secolo, lungo le sponde del Dnepr e fissano in Kiev, importante centro della via variago-greca, la loro capitale. La Rus’ durerà, con alterne vicende, fino all’invasione dei tartaro-mongoli nel XIII secolo.
Le guardie variaghe, preso dalle cronache di Giovanni Scilitze, il quele Il manoscritto più famoso della Sinossi, prodotto in Sicilia nel XII secolo ed ora si trova nella Biblioteca Nacional de España a Madrid. Per questo è noto come Madrid Skylitzes.Sarà proprio grazie al coraggio e al valore della Guardia Variaga che nel 989 Basilio II, ormai stanco dell’inaffidabilità della guardia imperiale bizantina, la istituzionalizza come proprio esercito di difesa e, per oltre cento anni, vi partecipano, quasi esclusivamente, uomini provenienti da Russia, Svezia e Norvegia. Sarà proprio la Guardia Variaga a far parte dell’eterogenea spedizione bizantina, che partirà per la Sicilia nel 1038 con l’intento di liberare l’Italia e annetterla all’impero. A capo di quella spedizione, con i figli di Tancredi dall’Altavilla sono presenti altri due personaggi: il cognato dell’imperatore Stefano ed il macedone Giorgio Maniace, grande condottiero, tanto carismatico quanto sanguinario, di cui ancora oggi si trova testimonianza nella toponomastica, dal piccolo comune in provincia di Catania all’abbazia di Santa Maria di Maniace.
Il viaggio nell’odierna Kiev, oggi capitale dell’Ucraina, inizia con l’incontro, all’Università Nazionale Taras Shevchenko (una costruzione dall’ imponente colonnato rosso), del capo del dipartimento Viktor Stavnyuk, che accenna al collegamento tra Bizantini e Rus’ di Kiev, confermando il lavoro di ricerca avviato con il progetto; sarà poi il professore Oleksandr Okhrimenko, capo del dipartimento di storia medievale, a sottolineare come la Rus’ di Kiev abbia avuto forti legami con le genti vichinghe, mostrando un libro con le caratteristiche navi di quei popoli. Infatti, è in fase di elaborazione un progetto di lavoro tra Norvegia e Ucraina per sottolineare questa radice comune. Ancora una volta un collegamento tra storie di popoli apparentemente distanti: come tra nord e sud dell’Europa per Aleramici e Normanni, si unisce il nord ovest e l’est, scandinavi a slavi, Norvegia e Ucraina in un passato unitario. Un legame per il quale la Guardia Variaga è quasi un perno sul quale ruota.

Fabrizio e Oleksandr continuano l’incontro passeggiando per la città insieme alla ricercatrice Tetiana Akchurina, passando per l’imponente Vlodymyrska street, intitolata a quel Vladimir I che, nel medioevo, ha reso la Rus’ di Kiev un importante stato; quindi raggiungono il monumentale golden gate, la porta principale della città nell’XI secolo, che richiama nel nome quella ben nota di Costantinopoli. Una porta che ancora oggi mostra, seppur non più fedele all’originale, la maestosità alla quale Vladimir I aveva condotto la Rus’ nel X secolo.

La Porta d’Oro (in ucraino, Zoloti Vorota) è la porta principale delle mura di Kiev, facente parte delle fortificazioni dell’XI secolo della capitale ucraina.

Dopo avere salutato il prof. Oleksandr, la passeggiata continua verso la cattedrale di Santa Sofia, uguale nel nome a quella di Costantinopoli.
Primo sito ucraino inserito nella lista dei patrimoni UNESCO, risale all’XI secolo, periodo in cui la Rus’ era in auge. Fondata da Jaroslav I di Kiev, in onore di Santa Sofia, ma ispirata secondo la leggenda a quella di Novgorod, subì devastazioni durante l’invasione mongola della Russia nel XIII secolo, come pure accadde alla prima chiesa di Kiev sorta per volere di Vladimir I il Grande, tra il 989 e il 996, con le decime delle entrate statali. Lì fu tumulato con la moglie, la principessa Anna sorella dell’imperatore bizantino Basilio II, e la nonna Olga. Anche quest’opera in mattoni venne rasa al suolo dai mongoli nel 1240 e oggi si visita solo il perimetro segnato dalle pietre di base della costruzione.
Ultima meta, una sorta di riconoscimento al lavoro italiano nel mondo, è la chiesa di Sant’Andrea, costruzione in stile barocco settecentesco, a cui lavorò l’architetto italiano Bartolomeo Rastrelli, sorta sull’antica base di una piccola chiesa dell’XI secolo, sempre intitolata a Sant’Andrea e voluta da Vsvolod I.

Tetiana Akchurina (Ricercatrice dell’Università Nazionale Taras Shevchenko e Fabrizio Di Salvo, sullo sfondo la Cattedrale di Sant’Andrea (Kiev)

Una giornata intensa per i riscontri che ha lasciato intravedere e per gli ulteriori spunti di riflessione. Un viaggio inatteso, ricco di scoperte, che rendono ancora più internazionale un lavoro che sta assumendo un respiro europeo, unendo da nord a sud e da ovest ad est tutte le genti in un’unica e grande razza: quella umana in costante migrazione.

 

Nella foto, da sinistra: Fabrizio Di Salvo, Viktor Stavnyuk (Capo del Dipartimento di Storia Antica e Medievale dell’Università Nazionale Taras Shevchenko), Prof.ssa e Filologa Maiia Mose e il Prof. Oleksandr Okhrimenko.

 

Alle porte dell’Oriente, Istanbul (Bisanzio o Costantinopoli), città dalle mille anime, incontra gli Aleramici.

 
Il viaggio continua e arriva alle porte dell’Oriente.

Fabrizio Di Salvo del Circolo Culturale Marchesi del Monferrato, dopo aver ideato e promosso nel 2017, con il compianto amico e collaboratore Roberto Maestri, il progetto “Aleramici in Sicilia” lo sta ampliando permettendo a questo lavoro di assumere un respiro sempre più internazionale, come la dinastia Aleramica seppe fare a suo tempo, tanto da giungere fino a Istanbul, una terra solo apparentemente distante.

Nell’ambito del progetto “Le Vie Aleramiche, Normanno-Sveve” – un progetto nel progetto – nato con la collaborazione di Anna Placa del Club UNESCO di Piazza Armerina, del quale anche Fabrizio Di Salvo, promotore del progetto, è socio onorario, era necessario seguire la traccia lasciata dagli aleramici in tutta Europa, perché “Le Vie Aleramiche, Normanne e Sveve” coinvolgono dinastie, persone, popoli e si intreccia con fatti storici di portata internazionale, quale il passaggio della reggenza dell’impero bizantino nelle mani dei Paleologi.

Gli intrecci europei, e non solo, riscontrati indagando tutta la dinastia aleramica hanno portato Fabrizio Di Salvo a viaggiare per gran parte dell’Europa seguendo vari ‘indizi’. Continuando la sua attività di ricerca storico-scientifica, in collaborazione con il bizantinista Prof. Walter Haberstumpf, la medievalista statunitense Joanna Drell, docente presso l’Universita’ di Richmond in Virginia, il professor Oleksandr Okhrimenko dell’Universita’ Nazionale di Kiev e altri insigni studiosi quali Henri Bresc, ha potuto approfondire legami storici e ramificazioni di dinastie e popoli europei, raggiungendo mete impensabili solo due anni fa.

Un percorso per terre un tempo conosciute come la Rus di Kiev, la Svevia, il Regno di Tessalonica, l’Impero di Trebisonda, quello di Nicea per arrivare, infine, in Sicilia e tornare al Monferrato, con un corollario di dinastie incontrate, quali quelle imperiali bizantine dei Comneni, degli Angeli, dei Lascaris, dei Ducas e dei Paleologi, legate, poi, a quelle più importanti d’Europa degli Aleramici, con gli Altavilla, gli Svevi, i Rjurik e i Capetingi.
Un lavoro sempre più complesso, un tragitto tortuoso, a volte anche faticoso, ma dal fascino infinito e dai risvolti imprevedibili.

Un passaggio che aiuterà a comprendere un po’ di più, non solo gli antichi legami europei, ma, soprattutto, quelli fra popoli diversi e anche chi siamo noi oggi.

Compiendo un passo indietro, scopriamo com’era Istanbul nella metà del XIII secolo. Il 25 luglio del 1261 Bizantini e Genovesi entrano vittoriosi a Costantinopoli guidati da Michele VIII Paleologo. Al suo seguito un conte di Ventimiglia, vassallo della Repubblica di Genova, Guglielmo Pietro I, che prenderà in sposa Eudossia Lascaris, appena tredicenne e sorella di Giovanni IV l’imperatore deposto.

Sarà poi uno dei figli della coppia, Giovanni I, detto Lascaris, come erede dei diritti sull’impero d’Oriente, a mantenere il cognome nobile della famiglia.

Al contempo, anche i Paleologi, la più longeva e duratura dinastia bizantina che resisterà fino alla caduta dell’impero nel 1453, si legherà al nord Italia: nel 1284 Andronico II Paleologo sposa, infatti, in seconde nozze, Violante di Monferrato degli Aleramici, che diventerà imperatrice d’Oriente con il nome di Irene di Bisanzio. Il matrimonio diede ben sette figli, uno dei quali, Teodoro I Paleologo diventerà marchese del Monferrato unendo così definitivamente gli Aleramici alla dinastia che reggerà le sorti dell’impero bizantino fino alla fine della sua esistenza.

Noi abbiamo voluto ripercorrere le terre della capitale di quell’impero per ricordare questa unione che arricchisce il percorso degli Aleramici dal nord Europa, alla Sicilia, per spingersi poi fino a levante alle porte dell’Oriente. Nell’impero bizantino era già presente un’enclave italiana: i levantini. Infatti, a seguito della quarta crociata (1204) molti italiani, in modo particolare, delle città marinare, in primis Genova e Venezia, ma anche Pisa, Amalfi, Firenze e Ancona emigrarono nelle zone interessate del medio oriente, un po’ per un senso religioso e un po’ per interessi economici. L’opportunità di controllare il traffico commerciale divenne una spinta determinante, tanto che furono numerosissimi le colonie che sorsero nella zona e resistettero anche dopo la caduta dell’impero bizantino come una sorta di “nazione latina” che si adattò alle condizioni dei governatori ottomani. Proprio ad Istanbul, nel quartiere di Istanbul di Galata, fondato dai genovesi come città autonoma protetta da mura con torre, abbiamo voluto passeggiare per testimoniare come ancora oggi si possa respirare aria italiana nella città turca.

Grazie all’incontro con alcuni studiosi locali, cameramen e fonico, siamo riusciti a visitare e testimoniare, anche con filmati, quanto resta della presenza genovese-levantina in questa città. Abbiamo incontrato il Prof. Bünyamin KOÇ davanti alla torre di Galata. La nostra guida ci ha subito raccontato quanto prosperarono economicamente i genovesi in quella zona nel periodo bizantino. Ci ha spiegato che la torre è una delle opere storiche più importanti della città ed è resistita a incendi,
guerre e terremoti. Ci ha mostrato le mura che cintano ancora il quartiere e all’interno del quale sembra di passeggiare per i carruggi genovesi. Successivamente, davanti alla biblioteca di Galata costruita dai genovesi nel 1304, abbiamo incontrato Yohannes un cristiano di Istanbul con il quale abbiamo visitato l’antica struttura, restaurata negli anni Sessanta del Novecento, che resta un’importante testimonianza della multiculturalità della nazione turca. A conferma del fatto che, come ci dicono le nostre guide, bizantini, ottomani e genovesi sono stati i veri ‘costruttori’ di questa città. Abbiamo notato, inoltre, nel prosieguo della nostra camminata, numerose conferme architettoniche, artistiche, targhe e stemmi che lo testimoniavano. Una lapide presente sulla torre reca incisa e sancita la consegna ufficiale delle chiavi della città, dopo un lungo assedio, a dimostrazione dell’importanza genovese nella zona ultima parte a cadere in mano Ottomana e a confermare il “passaggio di proprietà”.

Dopo aver esplorato le mura, abbiamo fatto tappa davanti ad uno dei capolavori della città: Hagia Sophia. Entrambi ci siamo resi conto, molto bene, di quanto Italia e Turchia siano legate da una storia comune, due stati uniti da un impero che nacque a Roma e finì, quasi duemila anni dopo, qui.
Popoli vicini che hanno intrecciato le storie confermando, ancora una volta quanto la storia, studiata e indagata, unisca le terre del mondo e avvicini all’idea di una sola razza: quella umana.

 

FOTO: Fabrizio Di Salvo e Bünyamin KOÇ, sullo sfondo la Basilica di Santa Sofia, uno dei principali monumenti di Istanbul.
Dedicato alla Sophia (la sapienza di Dio), dal 537 al 1453 l’edificio fu Cattedrale Ortodossa e sede del Patriarcato di Costantinopoli. Divenne poi Moschea Ottomana il 29 maggio 1453 e tale rimase fino al 1931. Fu poi sconsacrato e il 1º febbraio 1935 divenne un museo.

Quando i Monferrini invasero la Sicilia

In ampie aree della Sicilia e del sud Italia, in quello che un tempo era il Regno delle due Sicilie, si parla una lingua, o se si vuole un dialetto, chiamato Gallo-italico, che ricorda molto il  Monferrino,  una vera e propria comunità tradizionalmente chiamata Sicilia lombarda o Lombardia siciliana, da cui le espressioni in uso ancora oggi di colonie lombarde di Sicilia, comuni lombardi di Sicilia e dialetti lombardi Sicilia.

Il termine lombardo  è da considerarsi pura contrazione linguistica del termine longobardo, riferito alle popolazioni di origine Germanica che occuparono il Nord Italia dopo la caduta dell’Impero Romano. Nel medioevo era usato per indicare gli abitanti di tutta l’Italia Settentrionale, in particolare quella nord-occidentale, un territorio molto più vasto dell’attuale regione Lombardia, che comprendeva, oltre alla Lombardia anche il Piemonte, la Liguria e l’Emilia.

I primi longobardi arrivati in Sicilia, con una spedizione partita nel 1038, furono dei militari al seguito del condottiero bizantino Giorgio Maniace, che per brevissimo tempo riuscì a strappare Messina e Siracusa agli arabi. L’esercito di Maniace, oltre che da longobardi, fu composto da bizantini, da guardie variaghe, da truppe guidate dal longobardo Arduino, arruolate con la forza in Puglia (i cosiddetti Konteratoi), e da una compagnia di normanni e vichinghi comandati da Guglielmo Braccio di Ferro e da Harald Hardrada, futuro re di Norvegia.

Maniace fu l’unico condottiero che riuscì, prima dei normanni, a liberare seppur temporaneamente alcuni territori siciliani al dominio musulmano. I longobardi, giunti con la spedizione bizantina, si stabilirono a Maniace, Randazzo e Troina, mentre un nucleo di genovesi e di altri longobardi della Liguria si insediò a Caltagirone.

Migrazioni più consistenti di longobardi giunsero con la conquista normanna della Sicilia, iniziata nel 1061 con la presa di Messina. La liberazione dell’isola si rivelò un’impresa meno facile del previsto. I normanni impiegarono trent’anni per liberarla completamente dal dominio musulmano. Nel 1091, con la caduta di Noto, ultima roccaforte musulmana nell’isola, ebbe compimento la vittoria militare, ma nell’isola vivevano ancora numerosi arabi che miravano a una riconquista.

I normanni iniziarono così un processo di latinizzazione della Sicilia. incoraggiando una politica d’immigrazione delle popolazioni a loro affini: provenzali e bretoni e dell’Italia settentrionale, in primis, piemontesi e liguri, con la concessione di terre e privilegi. L’obiettivo dei nuovi sovrani normanni era quello di rafforzare il ceppo franco-latino che in Sicilia era minoranza rispetto ai più numerosi greci, ebrei e arabo-saraceni.

Grazie al matrimonio del sovrano normanno Ruggero con l’aleramica Adelaide del Vasto, a partire dalla fine dell’XI secolo, vennero ripopolate le zone centrali e orientali dell’isola, la Val Demone, a forte presenza greco-bizantina, e la Val di Noto, con coloni e soldati provenienti dalla Marca Aleramica nel nord Italia, un’area dominata dalla famiglia di Adelaide, comprendente tutto il Monferrato storico in Piemonte, parte dell’entroterra ligure di ponente, e piccole porzioni delle zone occidentali di Lombardia ed Emilia.

Secondo molti studiosi, la migrazione di genti del nord Italia in queste isole linguistiche siciliane sarebbe poi continuata fino a tutto il XIII secolo. Si ritiene che i gallo-italici immigrati in Sicilia nel corso di un paio di secoli siano stati complessivamente 200.000 circa, una cifra piuttosto rilevante. I coloni e i militari longobardi si stanziarono nella parte centro-orientale dell’isola, prevalentemente nelle terre concesse ad Adelaide del Vasto e a suo fratello minore Enrico, conte di Paternò e di Butera, considerato il capo degli Aleramici di Sicilia e dei lombardi siciliani.

Lo storico Tommaso Fazello, vissuto nel XVI secolo, ci informa che le popolazioni lombarde di Butera, Piazza, e altre città consorelle, capeggiate dal nobile aleramico Ruggero Sclavo, insorsero contro Guglielmo I, per i privilegi che il sovrano aveva concesso alla popolazione siciliana di origine araba.

I comuni dove è maggiormente riscontrabile ancora oggi una forte eredità longobarda o lombarda sono Nicosia, Sperlinga, Piazza Armerina, Valguarnera Caropepe e Aidone in provincia di Enna, San Fratello, Acquedolci, San Piero Patti, Montalbano Elicona, Novara di Sicilia, Fondachelli-Fantina, in provincia di Messina. Mentre l’uso della lingua gallo-italica è sopravvissuto solamente a Sperlinga, Nicosia e San Fratello, dove gode ancora oggi di buona salute e viene usata quotidianamente nei rapporti interpersonali, a Piazza Armerina e Aidone sopravvive solo in funzione ludica e poetica.

C’è ormai un diffuso consenso tra gli studiosi nel riconoscere comuni origini tra i dialetti gallo-italici della Sicilia e della Basilicata e quelli compresi tra il Basso Piemonte (province di Alessandria, Cuneo e Asti) e la Liguria montana occidentale (provincia di Savona).

In questa vicenda si inserisce un’illustre Monferrina, che ancora oggi viene ricordata in Sicilia: Adelaide o Adelasia del Vasto.

Figlia di Manfredo del Vasto, fratello e vassallo di Bonifacio, “il marchese d’Italia” per antonomasia, possedeva il nucleo maggiore dei suoi domini feudali nel Monferrato e cercava di estenderli sui comitati e marchesati che frazionavano i territori subalpini fino alla Liguria. Per la crisi che travagliava, nella seconda metà del secolo XI, il mondo feudale dell’Italia settentrionale, piccoli vassalli e servi erano indotti ad espatriare per cercare altrove migliore fortuna e notevoli come si è detto furono le immigrazioni nella Sicilia. Tra gli immigrati era anche Enrico del Vasto, figlio del defunto Manfredo: egli, dopo aver dato aiuto, insieme con suoi conterranei, al conte Ruggero, nelle ultime fasi della guerra contro i musulmani, ricevette da lui due vasti conglomerati feudali, le contee di Butera e di Paternò. Nel 1089 Ruggero I, vedovo per la seconda volta, sposò Adelaide, sorella di Enrico, venuta nell’ isola con altre due sorelle, le quali erano in pari tempo destinate dallo stesso Ruggero in mogli rispettivamente a due suoi figliuoli.

Adelaide dette due figli a Ruggero: Simone e Ruggero. Allorché il marito venne a morte (22 giugno 1101), ella, dietro designazione di lui, assunse la reggenza della contea di Sicilia e Calabria per l’erede Simone e, in seguito alla sua morte prematura (1103), per Ruggero, anch’ egli minorenne.

Donna d’ingegno, volitiva, Adelaide era costantemente vissuta a lato del marito e aveva notato con quale saggezza politica egli avesse consolidato il suo dominio in Calabria e in Sicilia, regioni per civiltà così diverse fra loro, allentando non solo il legame di dipendenza feudale di questa sua contea dal ducato di Puglia, ma portandola anche ad una posizione di vera preminenza rispetto agli altri stati normanni dell’Italia meridionale.

La Monferrina seppe mantenere cordiali rapporti con gli Arabi, conservando la libertà di culto e le larghe autonomie amministrative accordate alla loro comunità da suo marito e desumendo da essa elementi preziosi per l’organizzazione burocratica della contea, che attendeva di essere ultimata e perfezionata. Ancora più cordiali furono le sue relazioni con le popolazioni greche della Sicilia e della Calabria. La reggente, senza deflettere dallo spirito di tolleranza religiosa ereditato dal marito, favorì il clero latino, seguendolo nel pacifico lavorio di assimilazione delle varie stirpi della contea.

Nel 1112 fece di Palermo, già capitale dell’antico emirato musulmano di Sicilia, la capitale della contea. In quello stesso anno deponeva la reggenza, consegnandola al figlio Ruggero II, giunto alla maggiorità, e futuro unificatore dei domini normanni dell’Italia meridionale, uno stato ordinato e pacifico.

Restia ad entrare nell’ ombra, essendo molto ambiziosa e ancora nel vigore degli anni, Adelaide, alla fine del 1112, accettò di sposare Baldovino I di Fiandra, re di Gerusalemme (1100-1118), e si trasferì in Palestina: pose la sola condizione che, se da questo matrimonio non fossero nati figli, la corona del regno di Gerusalemme doveva essere ereditata dal conte di Sicilia e di Calabria.

Il matrimonio fu infelicissimo. Baldovino, cinico e avido, aveva sposato Adelaide perché era privo di denaro e minacciato dagli Egiziani, ed agognava alle sue favolose ricchezze che, si diceva, ella avesse accantonate durante la reggenza. Inoltre egli era già sposato con una armena, Arda, che aveva rinchiuso in un convento. L’opinione pubblica prese ad incolparlo di bigamia. Le cose si complicarono, determinando una crisi politico-ecclesiastica, che si concluse nel marzo 1117 col ripudio di Adelaide da parte di Baldovino. Il 18 aprile 1118, Adelaide morì in un convento di Patti (Messina), ove s’era ritirata al suo ritorno in Sicilia e dove, nella cattedrale si conserva la sua tomba ancora oggi meta di pellegrinaggio di molti suoi estimatori.