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Autore: Hiram

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Prosegue il viaggio “alla scoperta della Rus di Kiev”

Dopo Istanbul, Kiev, la capitale dell’Ucraina  ai confini tra l’Europa orientale e la Russia europea.

Nell’ambito del progetto “Le Vie Aleramiche” – un progetto nel progetto – nato con la collaborazione di Anna Placa del club per l’UNESCO di Piazza Armerina, del quale anche Fabrizio Di Salvo, promotore del progetto, è socio onorario, era necessario seguire la traccia lasciata dagli Aleramici in tutta Europa, perché “Le Vie Aleramiche” coinvolgono dinastie, persone, popoli e si intrecciano con fatti storici di portata internazionale.
Fabrizio Di salvo e Anna Placa a Piazza Armerina, durante la presentazione del Progetto “Le Vie Aleramiche, Normanno-Sveve”.

Da tempo Fabrizio Di Salvo, del Circolo Culturale marchesi del Monferrato, promotore e fondatore insieme al compianto Roberto Maestri, del progetto “Aleramici in Sicilia” e regista del documentario “Le Vie Aleramiche, Normanno Sveve”, supportato dai prestigiosi pareri del Comitato Scientifico e dalle sue intuizioni, è consapevole che la Sicilia del X, XI e XII secolo sia stata teatro di un intricato intreccio di popoli: dagli Aleramici agli Altavilla e ai Normanni, per arrivare fino agli Svevi; da qui le visite in Normandia e nella Svevia, in Germania, alla ricerca delle loro origini. Tuttavia, altri popoli erano in Sicilia in quei secoli: i Bizantini, come ha dimostrato la tappa ad Istanbul, e la Guardia Variaga presente sia a Costantinopoli che in Sicilia, un esercito selezionato dell’Europa dell’est, la Rus’ di Kiev: un legame che ha spinto Fabrizio Di Salvo ad andare in visita anche a Kiev per scoprire di più su questo esercito e su questa terra.

Rjurik, Capo variago che conquistò il controllo di Velikij Novgorod intorno all’862, e il capostipite della dinastia rjurikide. Rappresentazione di Hermanus Willem Koekkoek.

Nel 988 il collegamento tra la Rus’ e l’impero bizantino diventa ufficiale, in quanto Basilio II chiede un ingente numero di uomini, i soldati variaghi, a Vladimir di Kiev: la sua Rus è il primo stato slavo-orientale organizzato, con un territorio che comprendeva numerose nazioni odierne quali l’Ucraina, la Russia occidentale, la Bielorussia, la Polonia, la Lituania, la Lettonia e l’ Estonia.
L’Imperatore bizantino, formalmente Basileus dei Romei Basilio II e Nikolitza reppresentati nel manoscritto di Giovanni Scilitze.

Lo stato – lo si apprende dalle fonti – nasce da alcune tribù vichinghe svedesi, conosciute come Rus’, che si stabiliscono, verso la fine del IX secolo, lungo le sponde del Dnepr e fissano in Kiev, importante centro della via variago-greca, la loro capitale. La Rus’ durerà, con alterne vicende, fino all’invasione dei tartaro-mongoli nel XIII secolo.
Le guardie variaghe, preso dalle cronache di Giovanni Scilitze, il quele Il manoscritto più famoso della Sinossi, prodotto in Sicilia nel XII secolo ed ora si trova nella Biblioteca Nacional de España a Madrid. Per questo è noto come Madrid Skylitzes.Sarà proprio grazie al coraggio e al valore della Guardia Variaga che nel 989 Basilio II, ormai stanco dell’inaffidabilità della guardia imperiale bizantina, la istituzionalizza come proprio esercito di difesa e, per oltre cento anni, vi partecipano, quasi esclusivamente, uomini provenienti da Russia, Svezia e Norvegia. Sarà proprio la Guardia Variaga a far parte dell’eterogenea spedizione bizantina, che partirà per la Sicilia nel 1038 con l’intento di liberare l’Italia e annetterla all’impero. A capo di quella spedizione, con i figli di Tancredi dall’Altavilla sono presenti altri due personaggi: il cognato dell’imperatore Stefano ed il macedone Giorgio Maniace, grande condottiero, tanto carismatico quanto sanguinario, di cui ancora oggi si trova testimonianza nella toponomastica, dal piccolo comune in provincia di Catania all’abbazia di Santa Maria di Maniace.
Il viaggio nell’odierna Kiev, oggi capitale dell’Ucraina, inizia con l’incontro, all’Università Nazionale Taras Shevchenko (una costruzione dall’ imponente colonnato rosso), del capo del dipartimento Viktor Stavnyuk, che accenna al collegamento tra Bizantini e Rus’ di Kiev, confermando il lavoro di ricerca avviato con il progetto; sarà poi il professore Oleksandr Okhrimenko, capo del dipartimento di storia medievale, a sottolineare come la Rus’ di Kiev abbia avuto forti legami con le genti vichinghe, mostrando un libro con le caratteristiche navi di quei popoli. Infatti, è in fase di elaborazione un progetto di lavoro tra Norvegia e Ucraina per sottolineare questa radice comune. Ancora una volta un collegamento tra storie di popoli apparentemente distanti: come tra nord e sud dell’Europa per Aleramici e Normanni, si unisce il nord ovest e l’est, scandinavi a slavi, Norvegia e Ucraina in un passato unitario. Un legame per il quale la Guardia Variaga è quasi un perno sul quale ruota.

Fabrizio e Oleksandr continuano l’incontro passeggiando per la città insieme alla ricercatrice Tetiana Akchurina, passando per l’imponente Vlodymyrska street, intitolata a quel Vladimir I che, nel medioevo, ha reso la Rus’ di Kiev un importante stato; quindi raggiungono il monumentale golden gate, la porta principale della città nell’XI secolo, che richiama nel nome quella ben nota di Costantinopoli. Una porta che ancora oggi mostra, seppur non più fedele all’originale, la maestosità alla quale Vladimir I aveva condotto la Rus’ nel X secolo.

La Porta d’Oro (in ucraino, Zoloti Vorota) è la porta principale delle mura di Kiev, facente parte delle fortificazioni dell’XI secolo della capitale ucraina.

Dopo avere salutato il prof. Oleksandr, la passeggiata continua verso la cattedrale di Santa Sofia, uguale nel nome a quella di Costantinopoli.
Primo sito ucraino inserito nella lista dei patrimoni UNESCO, risale all’XI secolo, periodo in cui la Rus’ era in auge. Fondata da Jaroslav I di Kiev, in onore di Santa Sofia, ma ispirata secondo la leggenda a quella di Novgorod, subì devastazioni durante l’invasione mongola della Russia nel XIII secolo, come pure accadde alla prima chiesa di Kiev sorta per volere di Vladimir I il Grande, tra il 989 e il 996, con le decime delle entrate statali. Lì fu tumulato con la moglie, la principessa Anna sorella dell’imperatore bizantino Basilio II, e la nonna Olga. Anche quest’opera in mattoni venne rasa al suolo dai mongoli nel 1240 e oggi si visita solo il perimetro segnato dalle pietre di base della costruzione.
Ultima meta, una sorta di riconoscimento al lavoro italiano nel mondo, è la chiesa di Sant’Andrea, costruzione in stile barocco settecentesco, a cui lavorò l’architetto italiano Bartolomeo Rastrelli, sorta sull’antica base di una piccola chiesa dell’XI secolo, sempre intitolata a Sant’Andrea e voluta da Vsvolod I.

Tetiana Akchurina (Ricercatrice dell’Università Nazionale Taras Shevchenko e Fabrizio Di Salvo, sullo sfondo la Cattedrale di Sant’Andrea (Kiev)

Una giornata intensa per i riscontri che ha lasciato intravedere e per gli ulteriori spunti di riflessione. Un viaggio inatteso, ricco di scoperte, che rendono ancora più internazionale un lavoro che sta assumendo un respiro europeo, unendo da nord a sud e da ovest ad est tutte le genti in un’unica e grande razza: quella umana in costante migrazione.

Nella foto, da sinistra: Fabrizio Di Salvo, Viktor Stavnyuk (Capo del Dipartimento di Storia Antica e Medievale dell’Università Nazionale Taras Shevchenko), Prof.ssa e Filologa Maiia Mose e il Prof. Oleksandr Okhrimenko.

Le Vie Aleramiche

Un percorso che coinvolge il Piemonte (Monferrato, Langhe e Roero), in parte il vercellese, la Liguria, la Lombardia con l’Oltrepò Pavese, per arrivare fino ad alcune località della Basilicata, della Puglia, della Calabria ed a gran parte della Sicilia con oltre settanta località. “Aleramici in Sicilia”, il progetto pluriennale, ideato e lanciato da Roberto Maestri e Fabrizio Di Salvo nel giugno del 2017, patrocinato dalla Regione e dal Consiglio Regionale del Piemonte, dalle Regioni Sicilia e Liguria, dall’Associazione per il Patrimonio dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato, dalla Fondazione UNESCO Sicilia, torna in Sicilia per quattro giorni di importanti convegni.

Grazie alla presenza di insigni accademici, tra cui i proff. Salvatore Trovato e Francesco Barone dell’Università di Catania, Salvatore Lo Re – Presidente della Società di Storia Patria della Sicilia Centro Meridionale, Diego Ciccarelli dell’Università di Palermo e Presidente dell’Officina di Studi medievali, Rita Foti, Calogero Ridulfo nonché figure istituzionali quali i sindaci delle località raggiunte, con appassionati studiosi siciliani come relatori, si sono  approfondite numerose tematiche legate al progetto che sta riscuotendo interesse e riscontro anche a livello internazionale, dal notissimo storico medievalista francese Henri Bresc alla prof.ssa Joanna Drell dell’università statunitensi di Richmond in Virginia.

Inoltre, le giornate di incontri e di studi in Sicilia sono tra le priorità di Nadia Ghizzi ed Angelo Soave del Circolo “I Marchesi del Monferrato”, che auspicano di rinsaldare il legame tra Piemonte e Sicilia, uniti nella realizzazione dell’ambizioso progetto, condiviso anche dal Club per l’Unesco di Piazza Armerina, che già dal 2014 (ereditando dalla Fondazione Fidapa un progetto di Parco Storico su Adelasia del Vasto, terza moglie del Conte Ruggero I e madre di Ruggero II primo re di Sicilia), aveva iniziato un percorso di studi ed approfondimenti su questa Donna, ignorata dalla Storia raccontata quasi sempre al maschile.

Dal 4 all’ 8 maggio si sono svolte quattro giornate di conferenze a partire da San Fratello (con il coordinamento dei proff. Salvatore Mangione e Adelfio Crivillaro), poi Nicosia (con il dott. Charlie La Motta) e Aidone (con la prof.ssa Franca Ciantia); la chiusura è avvenuta nella “città aleramica” di Piazza Armerina, dove, oltre al Club per UNESCO (presieduto dalla prof. Anna Di Rosa Placa, segetaria Lavinia Garcia) si è attivata una proficua collaborazione con la Società di Storia Patria ( presieduta dal Prof.Lo Re). Tutti hanno lavorato all’organizzazione delle quattro giornate. Durante questi incontri si svolgerà il “Gran palio di San Filadelfio” il 5 maggio a San Fratello, patrocinato dal circolo dei Marchesi del Monferrato, ed una rievocazione storica in costume l’ 8 maggio sulla distruzione di Piazza ad opera di Guglielmo il Malo.

Presente il manager dott. Roberto Cerrato del sito UNESCO dei paesaggi vitivinicoli di Langhe Roero e Monferrato, interessato all’itinerario enogastronomico, “progetto nel progetto” insieme alla scoperta e valorizzazione degli aspetti storici, politici, economici e linguistici, frutto di numerosi anni di studi e di approfondimenti da parte di accademici, cultori appassionati e conservatori delle memorie del passato: oltre dieci anni di ricerche che hanno evidenziato una fusione di culture, determinata dalla prima emigrazione economica della storia di popoli del nord, pronti a recarsi nella ricca e attraente terra di Sicilia del primo secolo dell’anno Mille.

La ricerca diventa l’opportunità di rivivere questo viaggio lontano quasi mille anni, quando genti del nord Europa, alcune anche di origine francese, insediate da anni nel nord Italia, si spinsero fino alla Sicila: un’ immigrazione al contrario in due fasi; la prima legata ad Adelasia (Adelaide) del Vasto alla fine dell’XI secolo e la seconda in epoca federiciana, protrattasi fino al 1250, alla morte dello Stupor Mundi. Un itinerario creato e seguito in questi anni con ricerche, viaggi e studi portati avanti da Maestri, Di Salvo e dal Prof. Walter Heberstumpf di Torino.

Un percorso che coinvolge il Piemonte (Monferrato, Langhe e Roero), in parte il vercellese, la Liguria, la Lombardia con l’Oltrepo’ Pavese, per arrivare fino ad alcune località della Basilicata, della Puglia, della Calabria ed a gran parte della Sicilia con oltre settanta località.

Un itinerario nato dall’amicizia di Roberto Maestri e Fabrizio Di Salvo, il primo liguro/piemontese, il secondo vercellese ma di origini siciliane, i quali con lungimiranza concepirono questo progetto che avrebbe potuto generare una rivoluzione culturale, distruggendo luoghi comuni sulle differenze tra Nord e Sud e avvicinando un popolo, quello italiano, alle volte fermo su posizioni campanilistiche.

Un’opportunità per rivalutare una terra, quella siciliana, ed il Sud in generale, troppo spesso giudicato in modo superficiale e per ritrovare le tracce tangibili di una fusione, di una contaminazione culturale e sociale, presenti nella lingua galloitalica come hanno evidenziato gli studi del prof. Trovato (già ordinario di Linguistica e Glottologia presso l’Università di Catania e promotore di un’ Associazione per la conoscenza e salvaguardia dei dialetti galloitalici della Sicilia) e della prof.ssa Rita Foti con la sua ricerca sui cognomi locali, spesso legati a soprannomi che richiamano le località di partenza degli uomini del Nord. Un’opportunità unica nel suo genere, che diventerà un percorso storico, turistico ed enogastronomico in grado di favorire la ricerca delle proprie origini sia per chi partendo dal nord, vorrà raggiungere il Sud e conoscere i luoghi dove emigrarono i propri antenati, sia per chi, al contrario, da Sud vorrà andare al Nord e visitare le contrade da cui essi partirono.

Le giornate sono state anche l’occasione per ricordare uno dei promotori del progetto, il ricercatore Roberto Maestri, tragicamente scomparso lo scorso ottobre 2018, con cui Fabrizio Di Salvo ha compiuto numerosi viaggi in Sicilia, percorrendo più di quattromila chilometri e toccando le località aleramiche (oltre settanta comuni) presenti nell’ itinerario, dove sono ancora evidenti le tracce del Galloitalico, così come in alcune località della Basilicata, della Puglia, della Campania e della Calabria.

Un lungo documentario dal titolo “Aleramici in Sicilia” (titolo anche della pubblicazione del 2018 a cura di Roberto Maestri e del Circolo Culturale “I Marchesi del Monferrato”) è in fase di completamento a testimonianza sia dell’importanza della salvaguardia del dialetto galloitalico, sia di altre notevoli intuizioni e positivi risultati delle ricerche, materiale ulteriore per avvicinare le terre individuate, legate da un sottile filo conduttore costituito dai “viaggi” degli Aleramici.

Alle porte dell’Oriente, Istanbul (Bisanzio o Costantinopoli), città dalle mille anime, incontra gli Aleramici.

Il viaggio continua e arriva alle porte dell’Oriente.
Fabrizio Di Salvo del Circolo Culturale Marchesi del Monferrato, dopo aver ideato e promosso nel 2017, con il compianto amico e collaboratore Roberto Maestri, il progetto “Aleramici in Sicilia” lo sta ampliando permettendo a questo lavoro di assumere un respiro sempre più internazionale, come la dinastia Aleramica seppe fare a suo tempo, tanto da giungere fino a Istanbul, una terra solo apparentemente distante.

Nell’ambito del progetto “Le Vie Aleramiche, Normanno-Sveve” – un progetto nel progetto – nato con la collaborazione di Anna Placa del Club UNESCO di Piazza Armerina, del quale anche Fabrizio Di Salvo, promotore del progetto, è socio onorario, era necessario seguire la traccia lasciata dagli aleramici in tutta Europa, perché “Le Vie Aleramiche, Normanne e Sveve” coinvolgono dinastie, persone, popoli e si intreccia con fatti storici di portata internazionale, quale il passaggio della reggenza dell’impero bizantino nelle mani dei Paleologi.
Gli intrecci europei, e non solo, riscontrati indagando tutta la dinastia aleramica hanno portato Fabrizio Di Salvo a viaggiare per gran parte dell’Europa seguendo vari ‘indizi’. Continuando la sua attività di ricerca storico-scientifica, in collaborazione con il bizantinista Prof. Walter Haberstumpf, la medievalista statunitense Joanna Drell, docente presso l’Universita’ di Richmond in Virginia, il professor Oleksandr Okhrimenko dell’Universita’ Nazionale di Kiev e altri insigni studiosi quali Henri Bresc, ha potuto approfondire legami storici e ramificazioni di dinastie e popoli europei, raggiungendo mete impensabili solo due anni fa.

Un percorso per terre un tempo conosciute come la Rus di Kiev, la Svevia, il Regno di Tessalonica, l’Impero di Trebisonda, quello di Nicea per arrivare, infine, in Sicilia e tornare al Monferrato, con un corollario di dinastie incontrate, quali quelle imperiali bizantine dei Comneni, degli Angeli, dei Lascaris, dei Ducas e dei Paleologi, legate, poi, a quelle più importanti d’Europa degli Aleramici, con gli Altavilla, gli Svevi, i Rjurik e i Capetingi.
Un lavoro sempre più complesso, un tragitto tortuoso, a volte anche faticoso, ma dal fascino infinito e dai risvolti imprevedibili.
Un passaggio che aiuterà a comprendere un po’ di più, non solo gli antichi legami europei, ma, soprattutto, quelli fra popoli diversi e anche chi siamo noi oggi.
Compiendo un passo indietro, scopriamo com’era Istanbul nella metà del XIII secolo. Il 25 luglio del 1261 Bizantini e Genovesi entrano vittoriosi a Costantinopoli guidati da Michele VIII Paleologo. Al suo seguito un conte di Ventimiglia, vassallo della Repubblica di Genova, Guglielmo Pietro I, che prenderà in sposa Eudossia Lascaris, appena tredicenne e sorella di Giovanni IV l’imperatore deposto.

Sarà poi uno dei figli della coppia, Giovanni I, detto Lascaris, come erede dei diritti sull’impero d’Oriente, a mantenere il cognome nobile della famiglia.
Al contempo, anche i Paleologi, la più longeva e duratura dinastia bizantina che resisterà fino alla caduta dell’impero nel 1453, si legherà al nord Italia: nel 1284 Andronico II Paleologo sposa, infatti, in seconde nozze, Violante di Monferrato degli Aleramici, che diventerà imperatrice d’Oriente con il nome di Irene di Bisanzio. Il matrimonio diede ben sette figli, uno dei quali, Teodoro I Paleologo diventerà marchese del Monferrato unendo così definitivamente gli Aleramici alla dinastia che reggerà le sorti dell’impero bizantino fino alla fine della sua esistenza.
Noi abbiamo voluto ripercorrere le terre della capitale di quell’impero per ricordare questa unione che arricchisce il percorso degli Aleramici dal nord Europa, alla Sicilia, per spingersi poi fino a levante alle porte dell’Oriente. Nell’impero bizantino era già presente un’enclave italiana: i levantini. Infatti, a seguito della quarta crociata (1204) molti italiani, in modo particolare, delle città marinare, in primis Genova e Venezia, ma anche Pisa, Amalfi, Firenze e Ancona emigrarono nelle zone interessate del medio oriente, un po’ per un senso religioso e un po’ per interessi economici. L’opportunità di controllare il traffico commerciale divenne una spinta determinante, tanto che furono numerosissimi le colonie che sorsero nella zona e resistettero anche dopo la caduta dell’impero bizantino come una sorta di “nazione latina” che si adattò alle condizioni dei governatori ottomani. Proprio ad Istanbul, nel quartiere di Istanbul di Galata, fondato dai genovesi come città autonoma protetta da mura con torre, abbiamo voluto passeggiare per testimoniare come ancora oggi si possa respirare aria italiana nella città turca.

Grazie all’incontro con alcuni studiosi locali, cameramen e fonico, siamo riusciti a visitare e testimoniare, anche con filmati, quanto resta della presenza genovese-levantina in questa città. Abbiamo incontrato il Prof. Bünyamin KOÇ davanti alla torre di Galata. La nostra guida ci ha subito raccontato quanto prosperarono economicamente i genovesi in quella zona nel periodo bizantino. Ci ha spiegato che la torre è una delle opere storiche più importanti della città ed è resistita a incendi, guerre e terremoti. Ci ha mostrato le mura che cintano ancora il quartiere e all’interno del quale sembra di passeggiare per i carruggi genovesi. Successivamente, davanti alla biblioteca di Galata costruita dai genovesi nel 1304, abbiamo incontrato Yohannes un cristiano di Istanbul con il quale abbiamo visitato l’antica struttura, restaurata negli anni Sessanta del Novecento, che resta un’importante testimonianza della multiculturalità della nazione turca. A conferma del fatto che, come ci dicono le nostre guide, bizantini, ottomani e genovesi sono stati i veri ‘costruttori’ di questa città. Abbiamo notato, inoltre, nel prosieguo della nostra camminata, numerose conferme architettoniche, artistiche, targhe e stemmi che lo testimoniavano. Una lapide presente sulla torre reca incisa e sancita la consegna ufficiale delle chiavi della città, dopo un lungo assedio, a dimostrazione dell’importanza genovese nella zona ultima parte a cadere in mano Ottomana e a confermare il “passaggio di proprietà”.
Dopo aver esplorato le mura, abbiamo fatto tappa davanti ad uno dei capolavori della città: Hagia Sophia. Entrambi ci siamo resi conto, molto bene, di quanto Italia e Turchia siano legate da una storia comune, due stati uniti da un impero che nacque a Roma e finì, quasi duemila anni dopo, qui.
Popoli vicini che hanno intrecciato le storie confermando, ancora una volta quanto la storia, studiata e indagata, unisca le terre del mondo e avvicini all’idea di una sola razza: quella umana.

FOTO: Fabrizio Di Salvo e Bünyamin KOÇ, sullo sfondo la Basilica di Santa Sofia, uno dei principali monumenti di Istanbul.
Dedicato alla Sophia (la sapienza di Dio), dal 537 al 1453 l’edificio fu Cattedrale Ortodossa e sede del Patriarcato di Costantinopoli. Divenne poi Moschea Ottomana il 29 maggio 1453 e tale rimase fino al 1931. Fu poi sconsacrato e il 1º febbraio 1935 divenne un museo.

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Quando i Monferrini invasero la Sicilia

In ampie aree della Sicilia e del sud Italia, in quello che un tempo era il Regno delle due Sicilie, si parla una lingua, o se si vuole un dialetto, chiamato Gallo-italico, che ricorda molto il  Monferrino,  una vera e propria comunità tradizionalmente chiamata Sicilia lombarda o Lombardia siciliana, da cui le espressioni in uso ancora oggi di colonie lombarde di Sicilia, comuni lombardi di Sicilia e dialetti lombardi Sicilia.

Il termine lombardo  è da considerarsi pura contrazione linguistica del termine longobardo, riferito alle popolazioni di origine Germanica che occuparono il Nord Italia dopo la caduta dell’Impero Romano. Nel medioevo era usato per indicare gli abitanti di tutta l’Italia Settentrionale, in particolare quella nord-occidentale, un territorio molto più vasto dell’attuale regione Lombardia, che comprendeva, oltre alla Lombardia anche il Piemonte, la Liguria e l’Emilia.

I primi longobardi arrivati in Sicilia, con una spedizione partita nel 1038, furono dei militari al seguito del condottiero bizantino Giorgio Maniace, che per brevissimo tempo riuscì a strappare Messina e Siracusa agli arabi. L’esercito di Maniace, oltre che da longobardi, fu composto da bizantini, da guardie variaghe, da truppe guidate dal longobardo Arduino, arruolate con la forza in Puglia (i cosiddetti Konteratoi), e da una compagnia di normanni e vichinghi comandati da Guglielmo Braccio di Ferro e da Harald Hardrada, futuro re di Norvegia.

Maniace fu l’unico condottiero che riuscì, prima dei normanni, a liberare seppur temporaneamente alcuni territori siciliani al dominio musulmano. I longobardi, giunti con la spedizione bizantina, si stabilirono a Maniace, Randazzo e Troina, mentre un nucleo di genovesi e di altri longobardi della Liguria si insediò a Caltagirone.

Migrazioni più consistenti di longobardi giunsero con la conquista normanna della Sicilia, iniziata nel 1061 con la presa di Messina. La liberazione dell’isola si rivelò un’impresa meno facile del previsto. I normanni impiegarono trent’anni per liberarla completamente dal dominio musulmano. Nel 1091, con la caduta di Noto, ultima roccaforte musulmana nell’isola, ebbe compimento la vittoria militare, ma nell’isola vivevano ancora numerosi arabi che miravano a una riconquista.

I normanni iniziarono così un processo di latinizzazione della Sicilia. incoraggiando una politica d’immigrazione delle popolazioni a loro affini: provenzali e bretoni e dell’Italia settentrionale, in primis, piemontesi e liguri, con la concessione di terre e privilegi. L’obiettivo dei nuovi sovrani normanni era quello di rafforzare il ceppo franco-latino che in Sicilia era minoranza rispetto ai più numerosi greci, ebrei e arabo-saraceni.

Grazie al matrimonio del sovrano normanno Ruggero con l’aleramica Adelaide del Vasto, a partire dalla fine dell’XI secolo, vennero ripopolate le zone centrali e orientali dell’isola, la Val Demone, a forte presenza greco-bizantina, e la Val di Noto, con coloni e soldati provenienti dalla Marca Aleramica nel nord Italia, un’area dominata dalla famiglia di Adelaide, comprendente tutto il Monferrato storico in Piemonte, parte dell’entroterra ligure di ponente, e piccole porzioni delle zone occidentali di Lombardia ed Emilia.
Secondo molti studiosi, la migrazione di genti del nord Italia in queste isole linguistiche siciliane sarebbe poi continuata fino a tutto il XIII secolo. Si ritiene che i gallo-italici immigrati in Sicilia nel corso di un paio di secoli siano stati complessivamente 200.000 circa, una cifra piuttosto rilevante. I coloni e i militari longobardi si stanziarono nella parte centro-orientale dell’isola, prevalentemente nelle terre concesse ad Adelaide del Vasto e a suo fratello minore Enrico, conte di Paternò e di Butera, considerato il capo degli Aleramici di Sicilia e dei lombardi siciliani.

Lo storico Tommaso Fazello, vissuto nel XVI secolo, ci informa che le popolazioni lombarde di Butera, Piazza, e altre città consorelle, capeggiate dal nobile aleramico Ruggero Sclavo, insorsero contro Guglielmo I, per i privilegi che il sovrano aveva concesso alla popolazione siciliana di origine araba.

I comuni dove è maggiormente riscontrabile ancora oggi una forte eredità longobarda o lombarda sono Nicosia, Sperlinga, Piazza Armerina, Valguarnera Caropepe e Aidone in provincia di Enna, San Fratello, Acquedolci, San Piero Patti, Montalbano Elicona, Novara di Sicilia, Fondachelli-Fantina, in provincia di Messina. Mentre l’uso della lingua gallo-italica è sopravvissuto solamente a Sperlinga, Nicosia e San Fratello, dove gode ancora oggi di buona salute e viene usata quotidianamente nei rapporti interpersonali, a Piazza Armerina e Aidone sopravvive solo in funzione ludica e poetica.

C’è ormai un diffuso consenso tra gli studiosi nel riconoscere comuni origini tra i dialetti gallo-italici della Sicilia e della Basilicata e quelli compresi tra il Basso Piemonte (province di Alessandria, Cuneo e Asti) e la Liguria montana occidentale (provincia di Savona).

In questa vicenda si inserisce un’illustre Monferrina, che ancora oggi viene ricordata in Sicilia: Adelaide o Adelasia del Vasto.

Figlia di Manfredo del Vasto, fratello e vassallo di Bonifacio, “il marchese d’Italia” per antonomasia, possedeva il nucleo maggiore dei suoi domini feudali nel Monferrato e cercava di estenderli sui comitati e marchesati che frazionavano i territori subalpini fino alla Liguria. Per la crisi che travagliava, nella seconda metà del secolo XI, il mondo feudale dell’Italia settentrionale, piccoli vassalli e servi erano indotti ad espatriare per cercare altrove migliore fortuna e notevoli come si è detto furono le immigrazioni nella Sicilia. Tra gli immigrati era anche Enrico del Vasto, figlio del defunto Manfredo: egli, dopo aver dato aiuto, insieme con suoi conterranei, al conte Ruggero, nelle ultime fasi della guerra contro i musulmani, ricevette da lui due vasti conglomerati feudali, le contee di Butera e di Paternò. Nel 1089 Ruggero I, vedovo per la seconda volta, sposò Adelaide, sorella di Enrico, venuta nell’ isola con altre due sorelle, le quali erano in pari tempo destinate dallo stesso Ruggero in mogli rispettivamente a due suoi figliuoli.
Adelaide dette due figli a Ruggero: Simone e Ruggero. Allorché il marito venne a morte (22 giugno 1101), ella, dietro designazione di lui, assunse la reggenza della contea di Sicilia e Calabria per l’erede Simone e, in seguito alla sua morte prematura (1103), per Ruggero, anch’ egli minorenne.

Donna d’ingegno, volitiva, Adelaide era costantemente vissuta a lato del marito e aveva notato con quale saggezza politica egli avesse consolidato il suo dominio in Calabria e in Sicilia, regioni per civiltà così diverse fra loro, allentando non solo il legame di dipendenza feudale di questa sua contea dal ducato di Puglia, ma portandola anche ad una posizione di vera preminenza rispetto agli altri stati normanni dell’Italia meridionale.

La Monferrina seppe mantenere cordiali rapporti con gli Arabi, conservando la libertà di culto e le larghe autonomie amministrative accordate alla loro comunità da suo marito e desumendo da essa elementi preziosi per l’organizzazione burocratica della contea, che attendeva di essere ultimata e perfezionata. Ancora più cordiali furono le sue relazioni con le popolazioni greche della Sicilia e della Calabria. La reggente, senza deflettere dallo spirito di tolleranza religiosa ereditato dal marito, favorì il clero latino, seguendolo nel pacifico lavorio di assimilazione delle varie stirpi della contea.

Nel 1112 fece di Palermo, già capitale dell’antico emirato musulmano di Sicilia, la capitale della contea. In quello stesso anno deponeva la reggenza, consegnandola al figlio Ruggero II, giunto alla maggiorità, e futuro unificatore dei domini normanni dell’Italia meridionale, uno stato ordinato e pacifico.

Restia ad entrare nell’ ombra, essendo molto ambiziosa e ancora nel vigore degli anni, Adelaide, alla fine del 1112, accettò di sposare Baldovino I di Fiandra, re di Gerusalemme (1100-1118), e si trasferì in Palestina: pose la sola condizione che, se da questo matrimonio non fossero nati figli, la corona del regno di Gerusalemme doveva essere ereditata dal conte di Sicilia e di Calabria.

Il matrimonio fu infelicissimo. Baldovino, cinico e avido, aveva sposato Adelaide perché era privo di denaro e minacciato dagli Egiziani, ed agognava alle sue favolose ricchezze che, si diceva, ella avesse accantonate durante la reggenza. Inoltre egli era già sposato con una armena, Arda, che aveva rinchiuso in un convento. L’opinione pubblica prese ad incolparlo di bigamia. Le cose si complicarono, determinando una crisi politico-ecclesiastica, che si concluse nel marzo 1117 col ripudio di Adelaide da parte di Baldovino. Il 18 aprile 1118, Adelaide morì in un convento di Patti (Messina), ove s’era ritirata al suo ritorno in Sicilia e dove, nella cattedrale si conserva la sua tomba ancora oggi meta di pellegrinaggio di molti suoi estimatori.

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Quando erano i Lombardi ad emigrare in Sicilia

Saronno ospita “Aleramici in Sicilia”, un progetto pluriennale avviato nel giugno del 2017 dal compianto studioso medievalista Roberto Maestri e dal ricercatore documentarista Fabrizio Di Salvo, attivo ormai da più di due anni su gran parte del territorio nazionale e non solo. Un progetto, patrocinato dalla Regione Piemonte, dal Consiglio Regionale del Piemonte, dalla Regione Siciliana, dalla Regione Liguria, dall’Associazione per il Patrimonio dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato e quello della Fondazione UNESCO Sicilia, che nel tempo ha dato vita a numerose iniziative, convegni, conferenze, articoli, presentazioni di libri, libri, un documentario in lavorazione e un percorso turistico ed enogastronomico in costruzione su “Le Vie Aleramiche”.

Il progetto, lanciato ufficialmente a San Fratello, nel messinese, con la collaborazione del sanfratellano Prof. Salvatore Mangione, ha visto nascere, quasi spontaneamente, un comitato scientifico, composto da importanti accademici italiani e stranieri, dall’ eminente medievalista francese Henri Bresc alla statunitense Joanna Drell, docente di storia medievale e rinascimentale all’Università di Richmond in Virginia.
Il progetto rivolge la propria attenzione ad un evento storico risalente all’undicesimo secolo, la discesa al sud di genti del nord, al seguito di Normanni e Aleramici, per ripopolare quelle zone ricche di opportunità, in modo particolare la Sicilia.
“Aleramici in Sicilia” non vuole, però, essere solo il ricordo di un avvenimento storico: si tratta di un vero e proprio tentativo di offrire una visione più ampia di questa immigrazione, da noi definita “al contrario”, al fine di veicolare un messaggio, per ribaltare vecchi cliché e nuovi luoghi comuni che accompagnano le idee odierne di immigrazione da un “sud del mondo povero” ad un “nord ricco”.
La storia in questione, e si tratta di un ‘pezzo’ importantissimo della storia europea, parla, infatti, di popolazioni che dal nord Europa si recano al sud, un sud ricco e da ricostruire e che ancora oggi conserva evidenze tangibili di quel passaggio, tracce palesi e riconoscibili nel contemporaneo, sia nei tratti morfologici e morfogenetici, che nella toponomastica e nella lingua gallo italica, fino all’arte, quella arabo normanna, alle tradizioni, agli usi e ai costumi.
Un puzzle ancora da ricostruire completamente ma che, proprio grazie all’apporto di professionisti e di semplici appassionati, che sentono il richiamo di una ricerca delle proprie origini, sta proseguendo e ci ha permesso di giungere fino a Saronno.
Un’occasione di ricerca storica che, quindi, unisce anche sociologia, etnologia, antropologia e politica. Un’operazione per abbattere luoghi comuni sull’immigrazione, stereotipi ancora esistenti, aiutando a creare nuovi paradigmi e approcci rivolti alla tolleranza ed all’accettazione del forestiero, del diverso. Un tentativo di mantenere viva la memoria di un’Europa nata con l’intento di essere unita. Un ricordo che possa essere utile per legare tante genti, dalla Germania alla Francia, passando per il nord Italia, definita, in quel tempo, dei popoli lombardi, arrivando a sud fino alla Sicilia.

Una ricerca importante per un progetto che ha coinvolto, in questi anni, le autorità locali: in Normandia, da dove partono i Normanni, in Svevia per la provenienza del casato degli Svevi, nel nord Italia a partire proprio dal Monferrato, terra di provenienza degli Aleramici, in Liguria e in Lombardia, soprattutto nel piacentino.
Una rivalutazione della terra siciliana, terra di conquista di vari popoli, Arabi, Normanni, Altavilla, Svevi, Hohestoufen, Angioni e Aragonesi, dove ebbe ( e questo è anche lo scopo della ricerca) un ruolo rilevante ma spesso dimenticato, la gens Aleramica: una casata nata nel Monferrato, che si unisce agli Altavilla grazie al matrimonio, nel 1087, dell’aleramica Adelaide del Vasto con Ruggero I il Normanno degli Altavilla.
Con lei, e in seguito con il fratello Enrico del Vasto, si apre un corridoio per far giungere le genti del nord, provenienti dal marchesato Aleramico, in Sicilia, la quale da terra di conquista diventa, grazie al patrimonio culturale dei vari popoli che approdano sulle sue coste, un laboratorio di etnie, un crogiuolo di culture, una vera ricchezza socio-artistico-culturale.
Proprio la figura di questa donna è stata la scintilla della ricerca storica, promossa da Roberto Maestri e Fabrizio Di Salvo, ma anche l’occasione di incontro con il Club per l’Unesco di Piazza Armerina che, fin dal 2015, aveva iniziato ad interessarsi del personaggio di Adelasia del Vasto, gran contessa di Sicilia e regina di Gerusalemme, giunta in Sicilia all’inizio dell’anno Mille con i colonizzatori Lombardi, che diffondono nei territori conquistati una particolare parlata conosciuta come Galloitalico, presente ancora oggi a Piazza Armerina e in tanti comuni delle province di Enna, Messina, Siracusa e Palermo, con la finalità di chiedere il riconoscimento del Galloitalico, quale Patrimonio immateriale dell’umanità.
Oggi il progetto “Aleramici in Sicilia” approda a Saronno, grazie all’invito ed alla disponibilità di uno dei più attivi collaboratori, il saronnese Filadelfio Crivillaro, originario di San Fratello, dove sono state realizzate, grazie all’associazione “Gran Palio di San Filadelfo”, a tutta la comunità di cittadini e alle istituzioni locali, molte scene in costume, per riproporre ai fruitori dell’opera l’atmosfera medievale. Il documentario sta per essere completato, grazie alla tenacia di Fabrizio Di Salvo, animato dalla volontà di lasciare una traccia audiovisiva con elementi narrativi ed espressivi colti dalla realtà.
Oltre alla realizzazione del documentario, esiste un ulteriore “progetto nel progetto”, un itinerario turistico ed enogastronomico su “Le Vie Aleramiche”: una nuova prospettiva di lavoro, che coinvolge già molte località dalla Svevia alla Normandia, per arrivare poi in Italia in Liguria, Piemonte, Lombardia, Basilicata, Puglia, Calabria e Sicilia.
Uno dei maggiori contributi in merito lo sta offrendo proprio Piazza Armerina, l’unica città di fondazione aleramica, soprattutto attraverso la collaborazione della Prof.ssa Anna Di Rosa Placa che ha chiesto e ottenuto il coinvolgimento della FICLU (Federazione Italiana Club e Centri per l’Unesco) e di tutti i club sparsi sul territorio nazionale.
Torniamo, però, all’oggi e alla città che ci ospita.
Saronno è profondamente coinvolta in questa “immigrazione al contrario”, dal momento che Federico Barbarossa la include nel Contado del Serpio con il trattato di Reggio del 1185, e, con la concessione ai milanesi delle regalie, favorisce il passaggio, nel territorio, degli Svevi, che da lì transitano per arrivare fino in Sicilia, creando un vero e proprio ‘corridoio’ per lo spostamento delle genti del nord.
Successivamente, il figlio Enrico VI sposa Costanza d’Altavilla, figlia di re Ruggero II ed ultima erede dei Normanni, e diventa, oltre che imperatore del Sacro romano Impero, Re d’Italia e di Germania, nonché Re di Sicilia, creando un ulteriore legame che culminerà con il figlio Federico II, lo “Stupor Mundi”, il quale sceglie Palermo quale capitale dell’impero.
Saronno diventa, quindi, un importantissimo tassello del progetto, come hanno dimostrato gli studi degli accademici Ezio Barbieri e Loredana Foti, attraverso l’esame dei cognomi comuni in Sicilia e al nord, riferiti sia alle famiglie nobili, che all’intera popolazione. Il cognome Reina, per esempio, diffuso a Saronno, è presente sia nell’ agrigentino, in modo particolare a San Giovanni Gemiti, che nel palermitano a Castronovo di Sicilia. Dunque, oltre alla lingua galloitalica, ancora molto diffusa in Sicilia, anche i cognomi, registrati nell’archivio di Stato di Palermo, sono segni tangibili di uno stretto legame tra le due terre.
Saronno, appunto, come tutta l’odierna Lombardia è stata profondamente toccata dalla prima emigrazione in Sicilia, avvenuta dopo l’anno Mille e dalla seconda in periodo federiciano, ma anche nel XV secolo con commercianti provenienti dalle valli del Lario: certo si tratta di un’altra storia, ma testimonia gli stretti legami che si vogliono evidenziare con la Sicilia.
Oggi Saronno è conosciuta in tutto il mondo per gli amaretti e l’inconfondibile liquore, prodotti entrambi con l’impiego delle mandorle, che creano un collegamento tra Saronno e la Sicilia. Certo, potrebbe essere solo una coincidenza o, forse, chi lo sa, qualcosa di più, come dimostra la presenza in Saronno di un’Associazione “ Saronno – Sicilia”, nata dalla cospicua presenza di siciliani nella città. Per questo ci piace vedere, notando come la storia sia fatta di corsi e ricorsi, andate e ritorni, una sorta di ciclo, una ruota che unisce tutti i punti: prima l’ondata di emigrazione dal nord al sud e poi un ritorno dal sud al nord. Una visione testimoniata anche da questa associazione locale, che organizza eventi e tiene uniti i due territori dal punto di vista cultura e non solo.
Pertanto, Saronno, che sarà per il progetto il centro di coordinamento delle attività promosse in Lombardia, è già attiva per chiedere il patrocinio della regione e disponibile a supportare le iniziative che si vorranno mettere in campo per ampliare la visione della storia e riportare alla luce eventi dimenticati.

Il progetto “Aleramici in Sicilia” raggiunge la Normandia. Fabrizio di Salvo del circolo “I Marchesi del Monferrato” prosegue il suo viaggio lungo “Le Vie Aleramiche”

Fabrizio di Salvo, del circolo “I Marchesi del Monferrato”, ‘approda in Normandia’, la terra del mitico fondatore della casata Altavilla, proprio nel paese che dà il nome alla dinastia Hauteville-la-Guichard, al fine di proseguire nella realizzazione del progetto “Aleramici in Sicilia” di cui è l’ideatore ed il coordinatore: un progetto pluriennale, ben avviato nel giugno del 2017 e attivo da più di due anni, patrocinato dalla Regione Piemonte, dal Consiglio Regionale del Piemonte, dalla Regione Siciliana, dalla Regione Liguria e dell’Associazione per il Patrimonio dei Paesaggi Vitivinicoli di Langhe-Roero e Monferrato e quello della Fondazione UNESCO Sicilia, che ha dato vita a numerose iniziative quali convegni, conferenze, articoli, pubblicazione e presentazione di libri, un ricco documentario in fase di realizzazione ed un percorso culturale turistico ed enogastronomico, “Le Vie Aleramiche” sulle tracce di una emigrazione da Nord a Sud, avvenuta più di mille anni fa.
Proprio alla ricerca di testimonianze e documenti, Fabrizio Di Salvo si è già recato a Parigi, per intervistare l’insigne medievalista Henri Bresc, ed ora ritorna in Francia per una seconda tappa d’indagine, insieme al filmaker inglese David Paul Carr, alla ricerca delle tracce del mitico Tancredi e dei luoghi da cui partirono i normanni Altavilla per recarsi in Sicilia: ancora oggi in questo piccolo paese della Normandia esiste un museo dedicato al noto personaggio storico.
Nell’occasione proseguiranno le riprese del documentario e sarà intervistato il sindaco Guy Fossard: un ulteriore tassello di respiro internazionale per il documentario, che ha già ripreso alcuni luoghi della Borgogna, indubitabilmente legati alla storia raccontata e, grazie al progetto, riportati alla luce della cronaca.

Una terra, quella di Normandia, profondamente legata al Monferrato, per cui Fabrizio Di Salvo, fin da quando pianificava il progetto con il compianto Roberto Maestri, riteneva indispensabile ‘toccare’ direttamente con un viaggio/ testimonianza.
Oltre alle riprese, il tentativo è quello di dare vita a un rinnovato collegamento tra Monferrato e Normandia per confermare un legame nato più di mille anni fa, a seguito del matrimonio, nel 1087, tra Ruggero d’Altavilla della famiglia di Tancredi di Hautevielle la Guiscard e l’Aleramica Adelaide [Adelasia] del Vasto: un’unione che lega intimamente, e non solo simbolicamente, anche la terra di Sicilia, dove si sono fuse le due dinastie, dando vita ad un crogiuolo di culture e ad un indiscusso rinnovamento sociale e politico. Il matrimonio, infatti, sancisce l’alleanza tra Aleramici e Normanni e Adelaide incentiva l’arrivo di altri Aleramici per rafforzare il suo potere e realizzare il progetto di una serena convivenza tra arabi, latini, normanni e greci.
Si tratta, dunque, di una migrazione “pacifica” che interessa, principalmente, nobili in cerca di affermazione, commercianti, allevatori, contadini (di particolare interesse la presenza di vignaioli) e, ovviamente, avventurieri. La migrazione di Aleramici e di Lombardi in Sicilia prosegue – in modo consistente – almeno fino al Trecento, in un’epoca che vede la Sicilia interessata dalla dominazione di diverse dinastie: Arabi, Normanni, Svevi, Angioini e Aragonesi.
Il progetto in itinere ha, pertanto, questo intento: evidenziare una storia di immigrazione poco nota, di genti del nord Italia (Piemonte, Lombardia e Liguria) che, al seguito di una famiglia, gli Aleramici, andarono a rinfoltire la popolazione della Sicilia dell’XI secolo, appena conquistata dagli Altavilla a danno dei Saraceni. Un’immigrazione, definita “al contrario”, rispetto ai flussi migratori contemporanei, che ha lasciato tracce indelebili non solo in campo artistico e architettonico ma, soprattutto, in ambito socio culturale e linguistico, con la presenza all’interno della Sicilia, ancora ai nostri giorni, di un’isola linguistica Gallo-italica.
L’incontro tra gli esponenti del circolo culturale “I Marchesi del Monferrato” e lo staff del Club per l’Unesco di Piazza Armerina [che già dal 2013, insieme alla Fidapa, aveva posto l’attenzione sulla figura di Adelasia del Vasto, con studi, convegni, mostre e ricostruzioni storiche, e, successivamente, con l’Amministrazione Comunale ed il Copat, aveva avviato il percorso di riconoscimento del Galloitalico come Patrimonio immateriale dell’Umanità] è stato casuale, ma ha dato – da subito – risultati inattesi, in quanto, nel corso di 5 Convegni sul tema degli “Aleramici in Sicilia” si è concretizzata sempre più l’idea di creare, sulla base di questa emigrazione, un percorso culturale, turistico ed enogastronomico che unisse le località del Nord Italia, appartenute all’antica Marca Aleramica – di cui il Monferrato, le Langhe ed il Savonese rappresentano l’area più rilevante a livello storico e geografico, insieme a piccole aree occidentali della Lombardia e dell’Emilia– e la Sicilia, al fine di ripristinare quei legami che da secoli sono caduti nell’oblio.
Riscoprire queste pagine di Storia vuol dire, da un lato, analizzare a fondo i documenti, comparandoli e ricercando le fonti e le testimonianze materiali ed immateriali, dall’altro, creare le premesse per nuove ed importanti opportunità, sia in ambito turistico, attraverso la creazione di percorsi utili alla valorizzazione dei luoghi in cui vissero gli Aleramici, sia in ambito enogastronomico, con la riscoperta di prodotti che si affermarono in epoca medievale e che ancora oggi rappresentano delle eccellenze per i rispettivi territori.
La costruzione di un Itinerario de “Le Vie Aleramiche” è diventato un “Progetto nel Progetto” con lo scopo di creare un contenitore che permetta a territori, oggi profondamente diversi [più di 250 località da nord a sud, più di 70 in Sicilia], di ritrovarsi in un programma di respiro internazionale.

Un percorso che coinvolgerà il Piemonte (Monferrato, Langhe e Roero), in parte il vercellese, la Liguria, la Lombardia con l’Oltrepò Pavese, per arrivare fino ad alcune località della Basilicata, della Puglia, della Campania, della Calabria ed a gran parte della Sicilia. Ma il percorso si spingerà fino alla Borgogna, alla Normandia, alla Svizzera e, perfino, alle lontane Americhe, sulla scia di altre emigrazioni.
Lungo il percorso saranno evidenziate le tappe più significative e i luoghi fondamentali collegati alla presenza degli Aleramici.
Particolare attenzione sarà riservata alla possibilità di visitare alcuni dei castelli, le cui vicende furono rilevanti per la presenza degli Aleramici.
Nel rispetto della filosofia che contraddistingue gli itinerari storico-turistici, anche questo percorso si svilupperà attraverso l’individuazione di strade secondarie ricercando tutto ciò che di bello e interessante si può trovare: dai monumenti storici ai paesaggi e ai borghi più tipici, dalle cantine ai produttori locali, senza trascurare ristoranti e agriturismi.
Risulterà fondamentale la realizzazione di una Applicazione Mobile (App) specifica e di Cartelloni “intelligenti” da installare nelle località interessate dall’itinerario